Il problema che proponi, non l’esercizio che spieghi
Questa non è una sequenza da eseguire a comando. È un problema che il bambino impara ad affrontare giocando, partita dopo partita. La differenza conta: in un circuito a comando il bambino ripete un gesto; qui, ogni volta, deve guardare il campo e scegliere.
Come si prepara
Tre porte piccole (o coppie di coni), larghe circa due metri, disposte a distanza simile una dall’altra sul lato corto di un campo ridotto. Due squadre, possesso libero. Si segna passando il pallone attraverso una qualsiasi delle tre porte a un compagno che la riceve dall’altra parte.
Nessuna porta vale più delle altre. Nessuna indicazione su quale scegliere.
Cosa deve fare l’allenatore
Il compito, qui, non è spiegare quale porta convenga. È restare in silenzio durante il gioco e osservare: il bambino guarda tutte e tre le porte prima di scegliere, o va sempre verso la stessa? Cambia scelta se un avversario si sposta, o ripete lo stesso schema a prescindere da cosa vede?
Solo nella pausa si apre la conversazione: «Quali porte hai guardato prima di passare?», «Cosa ha fatto il difensore che ti ha fatto cambiare idea?». Le risposte, anche confuse, sono il punto di partenza — non un errore da correggere subito.
Varianti per rendere il problema diverso, non più difficile
- Meno spazio tra le porte: chiede scelte più rapide.
- Una porta che si “chiude” quando un difensore ci sta vicino: introduce la lettura dello spazio libero.
- Punto doppio se la porta scelta è quella meno usata nell’ultimo minuto: premia la varietà delle scelte, non la ripetizione di un automatismo.
Cosa impara davvero il bambino
Non impara “dove passare”. Impara a guardare prima di scegliere, e a cambiare scelta quando il gioco cambia. È la stessa competenza che userà a 16 anni in una situazione di gioco reale, molto più della capacità di eseguire un passaggio verso un punto fisso.
Se avessi messo un’unica porta, cosa avrebbe imparato il bambino? Solo a eseguire. Qui, invece, impara a scegliere.